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lunedì 15 dicembre 2008

ECCOVI IL LINK, L'IMMAGINE, SIA VOSTRA!


Esser seri non è mai stato facile. Per nessuno. Però credere davvero in qualcosa significa serietà,senza ombra di sfaccettature. L’analisi mi viene da alcune esperienze di vita, per quanto sbagliate  e inutili, alcune deludenti, ma sentite fortemente.

L’amore per una persona, sia di natura sanguinea o passionale, il bene per un amico o semplicemente per il prossimo… Su queste cose non ho mai scherzato.  Eppure mi guardo attorno e vedo facili affetti, di natura interessata , come nel mercato, dare per avere.  Quanta tristezza. Ragazzini che preparano doni ai compagni di classe solo perché sanno che avranno in cambio altri doni. E se lo fanno da ragazzini, continueranno a farlo da adulti. Sono questi i nuovi mostri?  Sono coloro che portano i genitori a terminare la loro vita nei cronicari, quelli che assumono le badanti per lavarsene le mani, quelli che non rinunciano all’uscita del sabato sera pur avendo un padre o una madre in fin di vita.

Ma chi sono queste persone? Possono dirsi persone? L’immagine è tutto, il cappottino firmato, il locale alla moda da frequentare e poi quel vuoto assoluto che a me, sinceramente, ha sempre fatto molta paura.

Ho avuto paura per notti, giorni, minuti interminabili quando ho subito il distacco da chi amavo, ho saldato nel cuore e nella pancia lo sguardo del saluto, tenendolo forte come un arrivederci e ho cercato strade di papaveri per sentirmi abbracciata dall’amore.  Ho sempre tenuto tra le dita carezze per i cosiddetti animali sapendo che la loro poesia sta nell’amare veramente e senza riserve. Ho odiato quei bambini presuntuosi che mi giravano per casa convinti che possedere il gioco più costoso fosse  la cosa più importante.  A volte mi sono sentita sopraffatta, ma non ho mai ceduto.

A mia figlia insegno che non è così. Per fortuna la natura l’ha dotata di sensibile testa, ma se così non fosse stato, l’avrei cocciutamente corretta.

Un probabile Dio ha creato l’universo. Noi siamo dei piccoli creatori di noi stessi e delle nostre anime, così come delle nostre vite. Certo, non tutti nasciamo con la strada spianata, ma non è importante.

L’invidia mi sfiora soltanto quando qualcuno nasce con tutto quello di cui ha bisogno, ma non lo vede e non si accontenta, non ringrazia.  Se avessi il tempo che voglio, quello che io chiamo “mai avuto”, mi sfinirei  a furia di lottare per quei valori che vengono trascinati appena, ma mai innalzati, mai più rispettati. Ma di tempo non ne ho molto, sono costretta a sopportare ore di vuoto perché nel sistema , purtroppo, sono conglobata anche io. Soffro. Poi torno negli anfratti del mio immenso credere e creo.

Senza pretese né arroganza, nemmeno ambizione. Quello che dono è frutto del mio essere e sono felice di dimenticarmene appena l’ho fatto.

Negli occhi mi sono rimasti mio padre e mia madre, con la schiena e il cuore rotto dalla fatica, ma non ho perso il loro sorriso, mai. Non ho mai scritto tante poesie come quando passavo le notti al capezzale di papà.  Lui moriva, io creavo per reazione, ricreavo la sua vita, la sua onestà, come volessi togliergli la tortura del non essere, il dolore, da strappargli via con migliaia di baci e carezze che sono sicura  percepiva, le mie battute stupide per farlo ridere e rendere la morte un povero jolly insulso e cretino che non avrebbe avuto comunque il suo meraviglioso cuore, pulito e pieno di amore.

Dormo spesso in posizione fetale, lo so, perché mamma mi manca troppo e nel sonno ritrovo il suo ventre buono, lei abbraccia il mio universo che è il suo, fatto di ciclamini e l’odore inconfondibile di quel bene che conosciamo solo io e lei.

Creo libri e scritti anche per la sua sofferenza, la canto in ogni dove e non c’è giorno che non le dedichi una rosa ideale, so che la respira.

Ecco perché la poesia non può subire schemi né confronti, ecco perché vanno banditi coloro che sfruttano parole e citazioni senza conoscerne il senso. Mia madre mi ha regalato mani di poesia, mani che non si esauriscono mai.  E da queste mani corrono le dita a trovare parole giuste, senza pretese, ma fatte di anima purissima, anche di sbagli, ma certo!, ma vere.

Così litigherò sempre con chi gioca con l’arte e ne fa commercio, con chi si erge a poeta quando nemmeno ne conosce il significato. Non  si gioca con il fiato delle parole, il fiato non va sprecato, i termini devono uscire dagli occhi e passare dalla pancia, dalle labbra appena schiuse come baci che vanno a regalare l’emozione, appunto, che si chiama poesia.

Divinafollia

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