Vedo ancora il signor Mario,
90 anni festeggiati all'ospizio,
ricordare grave il suo presente di esule,
straniero in Patria,
la gioventù lasciata in una terra che adesso chiamiamo “estero”,
la testa greve sorretta da un'ossuta mano,
tale da predire l'imminenza della fine.
Vedo ancora le tremende piaghe da decupito,
venir pulite, putrescenti, da due infermieri distratti,
sulla schiena di una donna ridotta a mummia vivente,
dagli anni e da un male devastante,
in passato insegnante di letteratura,
faceva lezioni di stile a generazioni di liceali assenti.
Vedo ancora la fatica di mastro Angelo,
una vita sulle assi delle impalcature,
per alzarsi dalla sedia a rotelle,
anche solo per un saluto riverente,
dopo aver provato del salto l'ebbrezza
concludersi su di un gelido solaio,
dieci metri più in basso.
Vedo ancora l'opel senator piegata su di un platano,
quasi abbracciarne il fusto,
con dentro il suo tragico ripieno di morte adolescente.
Ricordo ancora le mie conversazioni,
col dotto professore,
morto lucido in un ospizio rigidamente kosher,
implorare di nascosto birra e salsicce
girando gli occhi al nome del rabbino,
in una eloquente pantomina del biblico
giramento.
L'odore della fatica che spesso è necessaria,
che offusca la mente e appanna i sensi,
glorificata solo se sportiva,
additata a male assoluto da chi ne gode i tristi frutti
coperta da glorie publicizzanti profumi e belletti,
uomini pelosi come orsi,
alfine depilarsi come in muliebre farsa.
Vedo i ciechi erigersi a giudici di bellezza,
i sordi commentar musicali amplessi,
e chiunque può, metterci ovunque pezzetta.
Iniqua presuzione di perfetta modernità.
Ma il moderno altro non è che un ulteriore,
oggetto
di ragionamento.
A nulla allora è valsa la lezione,
dei giovani finiti con una siringa
ancora in vena
sulle panchine di un brumoso parco
nel dicembre milanese,
fotografati come oggetti alla fiera
da un fotografo di nera,
a nulla è servito parlare e riparlare
di guerre, pacifismo, libertà e interventismo,
aborrendo del riflusso il nefasto influsso.
La fine della cultura nel sociale
inclemente grava,
la morte per disgusto alla reltà
sta come la rava con la fava.
E vedere in chi dovrà succederci,
tanta presunzione da distorcer l'orizzonti,
alla ricerca di un qualcosa che già
purtroppo,
d'altri è stato svelato,
pesa come pugnale
girato
nella ferita aperta.
La poesia non può essere moderna,
può appartenere al suo tempo e da lì divenir eterna,
le emozioni devono andare all'altro,
non per chiudere le porte
ma per comunicare il sentir d'altre sponde
lo stile non è vincolo, ma ne è funzione,
al sentir , all'argomento e al pathos,
non certo al critico e al suo volere,
casomai
è meglio, solo, far rumore
per disturbare il dorato riposo
che del sapere è tomba, in collina.
Il dovere è riportare
cultura al giusto posto,
troppi buoni amici hanno potuto
troppi buoni auspici hanno raccomandato.
Il tempo non è amico
e scorre costante
quel che ci rimane
non è certo
muoversi
e di corsa
l'unico intento.

